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PROGRAMMA DETTAGLIATO DEGLI SPETTACOLI
lunedì 3 dicembre 2007
Teatro Stabile di Bolzano
IL TEATRO COMICO
di Carlo Goldoni
con Patrizia Milani, Carlo Simoni e con Alvise Battain, Libero Sansavino,
Roberto Tesconi
regia di Marco Bernardi
Il Teatro comico è la commedia manifesto della riforma teatrale goldoniana
e mi sembra interessante, in occasione del tricentenario della nascita del
grande scrittore veneziano, rileggere questo testo così illuminante sulla
poetica della nuova commedia di carattere.
Il teatro comico risale al 1750: Goldoni ha sconcertato e affascinato il
pubblico veneziano con il suo teatro così nuovo e moderno e, per rimarcare
la propria distanza dalla tradizione, compone questa “prefazione di
commedia” in forma drammatica in cui i personaggi discutono del passaggio
dalla Commedia dell’Arte alla riformata commedia di carattere.
Il risultato è sorprendentemente moderno, un testo di teatro nel teatro
dove il nostro più grande autore teatrale difende appassionatamente la
propria filosofia drammaturgia mettendo in scena una compagnia teatrale
che sta affrontando una giornata di prove, con tutti i problemi teorici,
le fragilità umane degli attori costretti a cambiare il proprio metodo di
lavoro, le piccole e grandi rivalità gerarchiche, la pietà umana per
alcuni di loro in difficoltà economica.
Un vero gioiello che ci permette di studiare dal buco della serratura il
becksatge di una compagnia veneziane del ‘700 nel momento delle tensioni
creative. Il tutto raccontato con quello stile comico a tratti
irresistibile con cui solo Goldoni riesce a trattare qualsiasi argomento,
anche quello a lui più caro come in questo caso.
mercoledì 19 dicembre 2007
A.Artisti Associati
NATALE IN CUCINA
di Alan Ayckbourn
con Marianella Laszlo, Gianfranco Candia, Maria Laura Rioda, Barbara
Porta, Dario Biancone, Angelo Zampieri
regia di Giovanni Lombardo Radice
Alan Ayckbourn è ormai diventato un grande classico del teatro comico,
considerato al livello di un Cechov inglese e rappresentato in tutto il
mondo con successo e divertimento irresistibile. Fra una risata e l’altra,
costringe l’esilarato spettatore a riflettere sulle piccole miserie
quotidiane e le ansie dei suoi personaggi, sulle ambizioni umane, sui loro
destini. In Natale in cucina, considerato il suo capolavoro, la sua
abilità psicologica ci racconta la vita di tre coppie di coniugi che si
fanno visita in tre anni successivi al tradizionale party della vigilia di
Natale, ma la vicenda, per una serie di equivoci e contrattempi di
sfrenata comicità, finisce per svolgersi solo nelle rispettive cucine
delle tre coppie. Nel primo atto la coppia piccolo borghese è travolta
dalla tragedia dell’acqua tonica che la padrona di casa ha dimenticato di
comprare, nel secondo, la coppia intellettuale vive la patologica
depressione della moglie, che fa di tutto per suicidarsi, senza che
nessuno degli ospiti se ne accorga, equivocando le sue intenzioni con
effetti di devastante comicità. Nel terzo atto siamo nella cucina della
coppia più altolocata, il riscaldamento si è rotto e in quel gelo la
padrona di casa delira ubriaca, mentre i destini iniziali si ribaltano:
gli squallidi arrampicatori sociali sono ormai alla vetta del successo e
gli altri sono costretti a stare al loro gioco.
martedì 12 febbraio 2008
Coordinamento Teatrale Trentino – As.Li.Co
DON PASQUALE
dramma buffo di Gaetano Donizetti
orchestra 1831
regia di Cristina Pietrantonio
Don Pasquale è considerata, con Elisir d’amore e il Barbiere di Siviglia,
uno dei tre gioielli della commedia musicale ottocentesca. Scritta da
Donizetti all’apice della carriera e data in “prima” a Parigi con un cast
stellare, ebbe un successo strepitoso, entrando subito stabilmente nel
repertorio. L’autore si vantava di aver scritto tutto in dieci giorni.
La sua biografia sembra quella di una rock star: infanzia poverissima,
viaggi vorticosi, successo internazionale, da galoppare prima che sfugga.
E anche, come da copione, una vita “maledetta”: la sifilide, tanti lutti
alle spalle, 17 mesi in manicomio prima di morire. Quando scrive Don
Pasquale, mancano tre anni al black out che ingoiò la sua trentennale
carriera nella “paralisi celebrale”, come fu diagnosticata.
“Signorina, in tanta fretta, dove va vorrebbe dirmi?” e “E’ finita, Don
Pasquale” sono due frasi che il protagonista pronuncia nel duetto del
terzo atto con Norina. Due frasi in cui c’è tutta l’opera. La fretta
sfrenata dei giovani di andare non si sa dove e la presa d’atto dei
vecchi, durissima, di essere in fondo alla propria strada.
Passando disinvoltamente dall’ironia al romanticismo, dalla risata
all’amarezza, Donizetti lavora con materia della più usurata e comune,
rendendola viva ed è questo il grande fascino, ancora attuale, di questo
titolo.
giovedì 21 febbraio 2008
Teatro del Suono
ANFITRIONE
di Moliére
con Roberto Serpi, Beatrice Schiros, Antonio Zavatteri, Alberto Giusta,
Mariella Speranza, Massimo Brizi
regia di Antonio Zavatteri
Una commedia perfetta, in cui tutto è grazia e leggerezza, anche la
violenza. Già, perché di una tragicommedia si tratta e proprio i tratti
tragici e la combinazione virtuosistica di elementi diversi messi in/nel
gioco rendono perfetta questa commedia. Il basso e l’alto, l’umano e il
divino, l’eroismo ed il cinismo tutto concertato con grande eleganza.
Partendo da Plauto, Molière riscrive Anfitrione e mette di nuovo in azione
Giove e Mercurio che, con l’aiuto della Notte, perpetrano uno degli
intrighi più celebri del teatro classico ai danni di Anfitrione, Alcmena,
Sosia e Cleante. Un affare di corna, e di corna “divine”. Quindi gli dei
in combutta contro gli uomini, che per soddisfare le proprie
pulsioni, non esitano ad esercitare violenza, a mentire sulla propria
identità e soprattutto ad espropriare l’identità dei propri avversari. E
gli uomini privati del proprio essere e quindi resi “nulla” dall’esercizio
di prevaricazione ed arroganza dei potenti, tema ineluttabile ed eterno.
Anfitrione è un grande gioco tra il reale e il suo doppio, la fi nzione, e
dunque oltre ad essere, come ogni grande opera, oggetto di indagine sulla
vita e sul comportamento umano è anche una riflessione sul teatro. Non a
caso dopo Plauto e Molière anche Von Kleist ha affrontato questa celebre
storia con i suoi proverbiali personaggi, e anche noi, come loro
affascinati, cerchiamo di reinventare e dare vita a questo capolavoro.
mercoledì 5 marzo 2008
Teatro Stabile di Bolzano
“DA QUI A LA’ CI VUOLE TRENTA GIORNI…”
Storie di emigrazione
di Andrea Castelli e Antonio Caldonazzi
con Andrea Castelli, Antonio Caldonazzi e Dante Borsetto
Questo lavoro ci racconta l’incredibile e coinvolgente storia di
un’epopea, quella dei tanti, tantissimi trentini che, soprattutto tra la
fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, scelsero di scappare
dalla loro terra natale per disperazione e fame e di raggiungere mete
spesso lontane oltre ogni immaginazione. Da qui anche il titolo di questa
storia fortemente voluta dal direttore del Teatro Stabile di Bolzano,
Marco Bernardi, e assemblata da due trentini d’hoc, vale a dire Andrea
Castelli e Antonio Caldonazzi, che saranno anche gli interpreti di questo
racconto che si snoda in maniera toccante.
Castelli e Caldonazzi per narrare le speranze, le avventure, le fortune e
le delusioni dei trentini che hanno cercato lavoro altrove hanno letto e
riletto centinaia di lettere spedite dagli emigranti ai loro cari. Hanno
frugato e guardato in quelle carte per ricostruire uno spaccato di storia
regionale che è anche uno sguardo su quella nazionale e su quanto avviene
oggi in un tempo in cui altri migranti cercano di raggiungere l’Italia con
ogni mezzo per trovare una speranza di vita, una parvenza di esistenza.
È quanto evidenziano i due curatori e interpreti dello spettacolo quando
dicono che di solito è la povera gente a non aver niente da perdere. E
quando il rischio si riduce alla propria grama esistenza, allora si parte,
inseguendo un miraggio, una speranza, una terra promessa. Il più delle
volte ad attendere gli emigranti “di là dal mare” è un’altra vita di
patimenti e fatiche, per di più in un paese straniero dove tutto,
specialmente all’inizio, appare ostile.
Anche i pochi fortunati, favoriti dalla sorte quanto mai avara, porteranno
per sempre nell’anima i segni del lancinante distacco, dell’indicibile
nostalgia, della titanica fatica.
Testimonianze preziose di queste storie sono le lettere, punte di iceberg
che sottendono storie di vita vissuta, divenute veri e propri documenti
storici che ci indicano il cammino da intraprendere per capire fino in
fondo il fenomeno dell’emigrazione. Un mondo di situazioni e condizioni
che sembra, a volte, molto lontano per l’epoca e gli argomenti trattati,
ma che
in realtà riguarda ancora tutti noi molto da vicino.
Quello che emerge dal racconto dolente ma in molti tratti anche divertente
di Castelli e Caldonazzi, attori che negli ultimi anni hanno sempre più
collaborato con lo Stabile bolzanino in vari spettacoli, è un lavoro unico
nel suo genere che s’inserisce alla perfezione in quel filone di recupero
storico della nostra terra che ha portato proprio Castelli con il
“Racconto del Cermis” ad avvicinarsi allo Stabile di Bolzano.
lunedì 17 marzo 2008
La Piccionaia – I Carrara Teatro Stabile di Innovazione
LA MAGNIFICA INTRAPRESA – Galeas per Montes
di Paolo Domenico Malvinni
con Laura Curino e I Calicanto
regia di Titino Carrara
È una storia di uomini, una storia di poteri, guerra, ambizioni.
È una storia di acque che corrono nelle pieghe della terra.
Di galee che navigano mari, fiumi, rigagnoli, pozze, e pure piscio di
buoi.
E persino sulla terra, sul calcare e il granito.
Non per miracolo, per Magnifica Intrapresa.
Nell’anno 1438, inviata dal doge Francesco Foscari della Serenissima
Repubblica Veneta, parte da Venezia una flotta di Galee e barche da
guerra. Raggiungeranno il Garda passando dai monti: la pianura è in mano
all’esercito milanese al soldo di Filippo Maria Visconti, e per
raggiungere ed aiutare l’assediata Brescia questa è l’unica, pur pazzesca,
via da percorrere. La flotta risale controcorrente il fiume Adige,
combattendo ogni sorta di avversità: migliaia di braccia e funi tirano
dalle vie degli zattieri, spingono con pertiche, argani, buoi e cavalli,
più di duemila. I ponti vengono abbattuti per fare luogo al passaggio
delle navi alberate e avanti fino a Verona. E poi su per la Chiusa fin
quasi a Rovereto, con sudore e sangue, non dimenticando il “doveroso”
saluto al famoso verone dov’è affacciata la bella Giulietta. A Mori si
tirano le navi in secca, e l’impresa si fa titanica: le navi devono
attraversare una lunga valle e poi risalire le montagne, aprendosi un
varco fra alberi e rocce e raggiungere il passo San Giovanni… per poi
volare fra dirupi a Nago e Torbole per posare finalmente gli scafi nella
acque color cobalto del lago di Garda. Nel grande lago poi, battaglie dai
diversi esiti tra le flotte della Serenissima e dei Visconti di Milano che
hanno in acqua le navi degli alleati Genovesi.
Un’impresa titanica raccontata con leggerezza e precisione dalle
molteplici voci di Laura Curino, che mette in vita i potenti dell’epoca, i
Visconti e i Foscari; i grandi comandanti come Gattamelata, Piccinino e
Colleoni; intraprendenti aiutanti come Sorbolo da Candia; abili marinai e
carpentieri, talvolta saggi di una sapienza antica, come Blasio che sembra
uscito dalla commedia dell’arte. E con le voci le atmosfere musicali e le
canzoni del gruppo “Calicanto”.
All’opera carpentieri: allestite i legni, pronte le truppe, ai remi i
rematori, le puttane ai puttanieri, selle ai cavalli, agli asini e alle
vacche… in arcione i cavalieri… avanti i rematori, i greci e i cretesi, i
croati e gli albanesi, i fiamminghi e i todeschi. Alla magnifica
intrapresa!
domenica 6 aprile 2008 - Jole srl Progetti Teatro
IL SERGENTE
dedicato a Mario Rigoni Stern
con Marco Paolini
Marco Paolini presta la sua arte di narratore ad un romanzo pubblicato per
la prima volta nel 1953: Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Si
tratta del racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato
nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale.
Ambientato nell’inverno 1942.1943, affronta uno degli episodi più
drammatici nella storia del nostro esercito; la ritirata dei soldati
attraverso le innevate pianure della Siberia. Ormai allo sbando e
circondati dall’armata Rossa, i personaggi del racconto, reali e non di
fantasia, cercano di sopravvivere durante la ritirata, passando da un
villaggio all’altro con alterne fortune. Li guida un giovane sergente, che
diventerà poi lo scrittore del romanzo. E proprio grazie alla sensibilità
dell’autore, facciamo la conoscenza di esseri umani profondamente
sconvolti dal conflitto, ma che mantengono fino in fondo la propria
dignità: così il tenente Cenci, molto amico di Rigoni e generoso in
battaglia; il caporalmaggiore Moreschi, sempre di buonumore nonostante
tutto; Tourn, alpino piemontese che nasconde con allegria la paura;
Lombardi, cupo taciturno; il caporale Pintossi, calmo e flemmatico…piccoli
grandi uomini che affrontano un’avventura spesso senza vie d’uscita.
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