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MUSICA
A MEZZOLOMBARDO
Le
informazioni sono state tratte dal libro
"Musica a Mezzolombardo"
a cura di Antonio Carlini e Annely Zeni,
reperibile presso la biblioteca comunale di Mezzolombardo
Non mi pento proprio di avere accettato l'invito del collega e amico Antonio Carlini a stendere la presente introduzione, perché mi ha offerto l'opportunità di leggere in anteprima il
frutto di uno studio vario e complesso sulla musica a Mezzolombardo: paese non nuovo alla mia conoscenza, anzi legato a piacevoli ricordi adolescenziali, allorché era consuetudine di famiglia spezzare il lungo viaggio che da Mantova ci conduceva nel cuore della Val di Non, annuale meta di soggiorno estivo, scegliendo appunto, tra le tappe d'obbligo,
l'accogliente centro della «Piana Rotaliana». Non credo sia opportuno spendere preliminari di rito sul carattere locale dell'indagine in oggetto, quasi a volerne giustificare il «genere», per altro appartenente ad una già consolidata concezione dello studio della storia intesa come rivalutazione, all'interno del
molteplice, di tutti gli aspetti minori: di quelli - per intenderci - invisibili ad occhio nudo ma capaci di ricomporsi entro le maglie di una
sintesi generale. Fare ciò sarebbe come riconoscere aprioristicamente la debolezza di un lavoro rispetto a ricerche di ben più ampia portata nazionale o internazionale, magari tradendo inconsci pregiudizi.
Sinceramente non vedo i presupposti di tanta arringa. Dalla lettura dello scritto di Antonio Carlini e di Annely Zeni infatti non
traspaiono, né il disagio connaturato a certa microstoria, né tanto meno l'ombra municipalistica di un «Perché Mezzolombardo» spinto ad
oltranza. Ragion per cui cercherò di esprimere le mie personali impressioni, enumerando gli aspetti più interessanti e pregevoli riscontrati nel
corso della lettura di Musica a Mezzolombardo.
Innanzitutto il taglio generale, palese fin dalle prime pagine, consistente nell'impegno profuso senza alcuna pretesa di trovare tesori nascosti e senza il chiodo fisso del capolavoro, della
première, della notizia sensazionale, della chiave di volta, insomma, di un più
ampio assetto architettonico; ma col proposito di seguire e ricostruire un po' la storia dell'antica borgata attraverso la sua musica, i suoi svaghi, le sue cerimonie, la sua vita associativa, tutti elementi visti nella loro reciproca interazione. A tal proposito mi è parso di forte interesse il capitolo iniziale volto ad individuare, sulla base della festa - elemento guida del Barocco - e del calendario liturgico - altra strada lastricata di canti e suoni - la dimensione socializzante della musica. E in mancanza di studi
specifici sulla sacralità drammatica in Trentino, ecco ad esempio il fenomeno del Mortorio, praticato a
Mezzolombardo in epoca secentesca, farsi perno di attenzione e di curiosità. Talvolta anche la
realtà Più minuta, pur nell'aspetto del piccolo tassello, riesce a far valere una propria autonomia di discorso. Se è vero infatti che il Mortorio va posto in relazione con l'austriaco Sepolcro, è innegabile che
l'ambiente musicale del Barocco rotaliano si agganci col vicino Convento di S. Michele, centro qualificato cui attinse anche la Cappella del Duomo di Trento. Non di rado l'indagine, sensibile al molteplici richiami del fare storia, si sposta sul dintorni, cercando coincidenze di motivazioni che la sola testimonianza del documento
faticherebbe di per sé ad offrire. Ecco perché i vari temi si snodano, ampliando gli orizzonti, senza forme di prevaricazione nel riguardi del
reperto archivistico, vale a dire senza troppo esercitare la fantasia, ma senza nemmeno che il dato elencativo abbia a raffreddare il discorso.
In sintesi, un lavoro di scavo che, secondo gli intenti lumeggiati
dagli autori in apertura di libro, eviti gli eccessi di una ricerca miniaturistica vista come contraltare da opporre alla macrostoria, come
pure ogni velleità di «nobilitarsi», aspirando a livelli «superiori». L'Archivio infatti non va inteso come una serra per «fiori da
occhiello» ma come serbatoio della memoria che nel richiamare in vita il passato offra al presente motivi di riflessione. Mezzolombardo, in ultima analisi, non come Trento o Vienna, ma collegata con le capitali. Un esempio esplicito di rapporti tra centro e periferia ci viene offerto dall'opera di moralizzazione imposta da
Giuseppe II, fustigatore di costumi, negli ultimi decenni del '700: fatto che ebbe ripercussioni sulla vita musicale della borgata
rotaliana. Anche il successivo «Regolamento degli uffici divini per la provincia del Tirolo» rappresenta un ulteriore aggancio tra potere
politico e potere religioso riscontrabile nella cittadina posta alla destra del Noce. Entrambi gli autori non lesinano attenzione, né nei confronti della vita musicale che nello scorrere degli eventi storici si snoda dalle
funzioni religiose (imprescindibile cerniera tra signori e pubblico, tra autorità e popolo) alle associazioni di più recente costituzione
(bande, società filodrammatiche, circoli culturali e così via), dai fatti spiccioli ai protagonisti più autentici: strumenti e uomini. La
ricostruzione è scrupolosa ma sempre scorrevole. Fortemente rappresentativo della vita devozionale è appunto l'organo, la cui esistenza si
lega a quella della chiesa (o delle chiese) cui appartenne nel corso dei secoli. Una particolare attenzione converge di fatto sugli strumenti di S. Pietro e di S. Giovanni, coinvolgendo nel discorso gli stessi luoghi di culto, per non dire degli organari e degli organisti succedutisi,
dell'attività corale: sempre col supporto di precisazioni d'ordine politico, sociale e, all'occorrenza, anche demografico. E' cura inoltre degli autori, specie di Annely Zeni nella seconda parte dedicata al nostro secolo, soffermarsi sul principali artefici della vita musicale di Mezzolombardo che,
dall' 800 ad oggi, ha come punto di riferimento la Banda Cittadina, operante nella sua variegata
continuità dovuta ad una situazione sociale suscettibile di maggiori mutamenti rispetto al passato, oltre che portatrice di un nuovo spirito associazionistico estremamente composito e vivace, almeno fino al soffocante bavaglio della dittatura fascista. La Banda dunque, anche in virtù di minori smagliature dell'apparato documentario rispetto ad altre istituzioni, emerge come elemento coagulante della vita
artistica locale: basti pensare alla fusione della Società Filarmonica con quella Filodrammatica avvenuta nel 1875, o alle diverse mansioni che competevano al suo direttore (non è casuale la figura di Mario
Clementi organista e filarmonico ad un tempo), senza dimenticare la possibilità di attingere alla Banda da parte delle orchestrane attive in loco a partire dalla seconda metà dei secolo
XIX. Una messe di informazioni si spinge fino agli organici, ai programmi, ai regolamenti, agli inventari. Ma tra le pieghe rientrano anche l'aneddoto e l'intervista: giornalismo e riflessione critica assieme. Ne
esce dunque l'immagine di una Banda, tuttora viva e fiorente, con una lunga storia dietro le spalle e molta voglia di fare. Una ragione di più per rinfrancarmi nell'idea iniziale che questo modo di
valorizzare il patrimonio locale, intinto sì nella tavolozza del quotidiano ma non ignaro dei ritmi di una storia «maggiore», nel dar voce al passato di una comunità apre prospettive sul suo futuro.
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