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LA
PIANA ROTALIANA
E'
"il giardino vitato più bello d'Europa", come la definì, ancora nel 1905, Cesare
Battisti nella sua guida turistica del Trentino. E tale è rimasta, anche se i segni del progresso,
come il nastro autostradale del Brennero e alcuni insediamenti industriali l'
hanno in parte ferita.
Si estende a Nord dell'abitato di Lavis e arriva fino ai confini della provincia di Bolzano, mentre è chiusa a Ovest dalla stretta della Rocchetta, che dà inizio alla Valle di
Non. A Est delimitata dall'Adige, continua nei dolci pendii vitati di San Michele e Faedo.
Circondata su tre lati da un alto baluardo di pareti rocciose che la proteggono dai venti freddi, si trova racchiusa fra le sponde
dell'Adige e quelle del Noce, i fiumi che l' hanno formata. Il nome 'rotaliana' sembra derivare da antiche parole
illirico - celtiche.
La linea Isarco - Adige era infatti anticamente il confine fra le tribù
illiriche, provenienti da Sud e i Celti, provenienti da Nord. In questi idiomi il prefisso 'ro' equivale alla nostra preposizione "di' o 'del", mentre il termine 'tal', significa "luogo del dazio'.
Piana Rotaliana significherebbe pertanto 'Piana della località del dazio'.
Meno accettata è l'altra spiegazione che farebbe derivare il termine 'tal' da Tullia, proveniente da 'Tulliassi", l'antica
popolazione di stirpe retica stanziata nella Piana e menzionata anche nella Tavola Clesiana.
Anticamente il Noce, che porta le acque delle Valli di Non e di Sole, confluiva
direttamente nell'Adige, quasi ad angolo retto, proprio davanti a San Michele. Associato alle
frequenti alluvioni dei due fiumi, ciò determinava una vasta plaga rimasta per lunghi secoli in gran parte paludosa, incolta e malsana dove, come dice il Filos nella sua storia di
Mezzolombardo, "giaceva incolto ed era greggivo, pascolivo, cespuglioso e paludoso in balia di
tutti.
Fu solo verso la metà del secolo scorso che si intraprese la grandiosa opera pubblica di arginazione dell'Adige e si costruì l'attuale alveo del fiume Noce, facendolo confluire nell'Adige molto più a Sud. Ciò permise la bonifica definitiva dell'ampia piana
alluvionale e la messa a coltura di nuovi vigneti.
Il terreno è, quindi, di tipo prettamente alluvionale, con ciottoli e ghiaia e a volte addirittura limoso. La vite vi è coltivata col sistema a filari pergolati e produce quello che è il vino 'principe' del Trentino: il
Teroldego. Il vino che più di ogni altro personifica il carattere, la qualità e la generosità,
dell'enologia trentina.
Un vino la cui storia, e leggenda, si sono mescolate con quelle degli antichi castelli che guardano dall'alto la Piana
Rotaliana: Castel San Gottardo, ora in rovina, incastonato in una vasta e suggestiva grotta alla base degli strapiombi del Monte di
Mezzocorona; Castel Firmian, più in basso, tuttora abitato, e, infine, Castel Torre, presso
Mezzolombardo.
Castelli e buon vino sembrano un binomio indissolubile, un motivo
dominante, ricco di suggestioni e di fascino, sia per le vicende degli antichi manieri, sia per il
caldo linguaggio che un bicchiere di vino sa esprimere.
Ma non solo Teroldego,
letteralmente "il padrone" della Piana, si produce in zona. Rimarchevoli sono pure il Lagrein, che sta vivendo una seconda giovinezza, il Merlot e il Pinot Bianco.
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